
Gasperini: “Scudetto a Roma? Il piano era entro 3 anni, magari anticipiamo…”
Interviste
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Gian Piero Gasperini ha rilasciato una nuova intervista al Corriere della Sera a margine della presentazione del suo vino Freisa 3-4-3 che sarà commercializzato per beneficenza.
«Il 3-4-3 è sempre stato il modulo di riferimento, sebbene lo abbia declinato in modalità differenti, nell’arco della carriera.
Com’è nata la dedizione a questo schema?
«È il mio modo di vedere il calcio. Ma i numeri contano fino a un certo punto. L’aspetto fondamentale è giocare da squadra: credere in un lavoro collettivo, nel quale gli attaccanti difendono e i difensori attaccano. Diciamo la verità: nel calcio, come nel vino, non s’inventa nulla. È lo spirito di gruppo che crea la differenza. Servono applicazione ed altruismo».
Ha mai dubitato delle sue idee?
«Certo che sì. Ho vacillato varie volte. L’esonero dall’Inter è stato forse il momento peggiore. Però ho saputo rialzarmi. E devo tanto all’Atalanta, che ha continuato a darmi fiducia, anche quando i risultati non arrivavano».
Perché sostiene che la Freisa “343” assomiglia alla Dea?
«È un ottimo vitigno, ma non è un big, non è considerato al livello di Barolo o Barbaresco. Mio nonno e mio padre imbottigliavano la Freisa dalle damigiane. Ho un legame affettivo con la Freisa. E amo l’idea di costruire qualcosa di grande, piano piano, partendo da un gradino magari inferiore».
Perciò, un anno fa, ha rifiutato la Juve, dov’è cresciuto calcisticamente?
«No comment (ride, ndr). Al limite, posso riconoscere che ho lasciato l’Atalanta, nel momento in cui ho realizzato che non era umanamente possibile fare di più».
All’Atalanta ha ottenuto il massimo possibile, non c’è il minimo dubbio. Pensa l’abbiano compreso tutti?
«Mi pare proprio di sì. Non solo e non tanto per l’Europa League vinta. Ma per la qualità del gioco e per la costanza dei piazzamenti in zona Champions conquistati in nove anni. Non è il singolo trofeo a decretare la bravura di un tecnico».
La commozione che l’ha felicemente travolta durante la conferenza stampa della scorsa stagione, alla vigilia della sfida contro i suoi ex colori, denota un insospettabile sentimentalismo del Gasp.
«Ci mancherebbe altro. Bergamo è stata la tappa più lunga e intensa della mia esistenza da girovago del pallone. Non ho rimpianti, ma provo una profonda nostalgia per una comunità dove mi ero integrato perfettamente. Non a caso ci torno spesso. Mi manca tutto, di Bergamo».
E a Roma come butta?
«È una realtà completamente diversa, ovviamente. Ma non è una brutta città. Il problema più grosso è la sua cucina. Devo stare attento alle carbonare, sto ingrassando troppo».
Il sogno scudetto sembra a portata di mano.
«Il nostro piano prevedeva di arrivarci in tre anni. Non ci dispiacerebbe anticipare. Però siamo consapevoli che la strada è lunga. Nel football non esistono vie diritte o percorsi netti. Ci saranno alti e bassi. Se riusciremo a gestirli, chissà…».
Qualcuno sostiene che certi amori fanno giri immensi e poi ritornano. È uno «schema» applicabile al rapporto tra lei e l’Atalanta?
«E chi può escluderlo? Una cosa è certa. La mia casa a Bergamo non l’ho venduta».


