Totti: “Il disgelo con Spalletti dallo spot. Genoa e Como mi volevano a 48 anni”

Totti: “Il disgelo con Spalletti dallo spot. Genoa e Como mi volevano a 48 anni”

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Tutte le verità, dall’addio al calcio giocato in poi.

Francesco Totti dopo il grande successo del libro ‘Un Capitano’ – tra i dieci più venduti nel 2018 in Italia – ritorna in libreria con ‘Oltre’, un racconto anche intimo e personale del post carriera con alcuni aneddoti esclusivi.

Come ad esempio quello concernente la folle idea di tornare a giocare in Serie A a 48 anni, sospinta dalle richieste di Como e Genoa: “”Gilardino aveva 42 anni, Fabregas 37, quindi avrei avuto rispettivamente 6 e 11 anni in più di chi era pagato per dirmi cosa fare. Non sono leggende metropolitane, è la pura verità. Incredibile, ma vera. Pazzesca.
Per tenermi in forma giocavo tutti i lunedì sera a calciotto, il calcio a otto come dice il nome, che forse è anche un po’ lo sport dei pensionati, del dopo-lavoro, però mi divertivo e segnavo pure, un po’ rotondetto, ma il mio stato di forma non era malaccio. Me la cavavo bene, mica ci si dimentica di come si tocca un pallone, di come si calciano le punizioni o si fa un assist.

Mi piaceva scherzare nelle interviste, prendere un po’ per il culo qualche giornalista che capitava da quelle parti, come solo io so fare: «Sono pronto per tornare». Fatto sta che quella battuta l’hanno ascoltata tutti. E qualcuno si è fatto venire una pazza idea. «Francesco, se sei pronto, allora torna per davvero.» I primi a farsi avanti sono stati i dirigenti del Genoa, con cui ho parlato direttamente. Mi hanno posto una semplice domanda: «Ma allora, la vuoi fare o no questa nuova esperienza?». Facevano sul serio.

Ho preso del tempo per decidere e, prima di dare una risposta, ho cominciato a lavorare duramente. Proprio tanto. Ho continuato col calciotto del lunedì, ho aggiunto tre sedute a settimane in palestra e due col fisioterapista, controllando l’alimentazione. Via il pane, via i dolci, via tutto. Togliere i dolci è stata durissima. Marassi mi piaceva, è un bello stadio, all’inglese, con gente di passione, che segue le partite attaccata al campo. Senti il fiato sul collo. E poi proprio contro il Genoa avevo giocato la mia ultima partita con la maglia della Roma, vedi il destino. Gilardino qualche WhatSApp me lo mandava: «Allora?». E un biellese, quindi non è che parlasse tanto, neanche via messaggio. Mi allenavo e non facevo troppa fatica, il fisico rispondeva bene, al di là degli acciacchi normali per un quasi cinquantenne. La schiena po’ incriccata, ma niente di grave. Con certi esercizi, a sette anni dal mio ritiro, ho dovuto ricominciare da zero, però pensavo peggio, tenevo botta. Spingevo come un professionista.

Frà, ma che stai a fà? Certi giorni me lo chiedevo, altri ero più ottimista, non sapevo bene cosa mi avrebbe riservato il futuro, o forse sì, ma facevo finta di niente, mi godevo il momento. La testa diceva che avrei potuto accettare, il cuore no, poi si ribaltavano i ruoli, i pensieri frenavano e il battito accelerava, fatto sta che alla fine la conclusione era sempre la stessa, una domanda che mi ponevo da so-lo: ma si può giocare in una squadra che non sia la Roma?

Dentro di me rimbombava forte la risposta esatta, provavo a non sentirla, ecco. Avevo 48 anni, okay, ma l’età in qualche modo si supera, si diventa pi§ lenti pero il piede non invecchia, tutti concordi: quello non ha bisogno del botox.
La Roma era il punto. Non il problema, non lo sarà mai. Un tradimento sportivo non ha età, che siano 18 o 48 anni..

Poi Totti parla anche dell’episodio dell’incontro con Spalletti e del famoso spot che ha portato ad un riavvicinamento concreto tra i due: “Le condizioni ideali per la pace tra me e Luciano Spalletti sono in costruzione, giorno dopo giorno. Diciamo che abbiamo intrapreso un percorso oltre il silenzio che c’era. Da dove nasca la nostra rottura non lo ripeterò qui, lo sanno anche i marziani. Il dopo è interessante. Dal 28 maggio 2017, giorno del mio ritiro forzato, e per oltre sei anni, non ci siamo più visti né sentiti. Nessuno di noi avvertiva il bisogno dell’altro. Strade separate.

Nel novembre 2023 qualcosa ha iniziato a muoversi. Mi ha chiamato Vito Scala, l’amico di sem-pre. «Frà, sai che l’Italia, il 17, gioca a Roma contro la Macedonia?».«Eh, che c’è?». «Una delegazione della Nazionale andrà in visita al Bambino Gesù». Cioè all’ospedale pediatrico da dove ogni tanto, senza dirlo a nessuno, passo per salutare i giovanissimi pazienti. «Fanno bene». «Ecco, Frà, dovresti andarci anche tu». «Perché, Vito?». «Perché sarà un bel momento. Ci saranno il presidente della federazione Gabriele Gravina, il tuo amico Gigi Buffon, Giovanni Di Lorenzo, viene anche Angelo Peruzzi. E…». «E?». «E il et della Nazionale». Cioè Luciano Spalletti. «No». Non ne volevo sapere. «Frà, pensaci..». E in effetti ci ho riflettuto, e ho capito che va bene essere egoisti, difendersi dal dolore e nascondere le ferite, ma non sulla pelle di altri. «Vito, okay». Chiudi un occhio e ascolti il cuore. Cerchi di accantonare le cose accadute per una nobile causa. Quindi ho accettato l’invito, tanto prima o poi doveva succedere. II mondo del calcio è piccolo. O lo saluto, o gli do ‘na capocciata. […]
Il presidente Gravina ha fatto lo splendido: «Lui è Luciano Spalletti..». Che, devo dire, ha pronunciato le parole giuste, per sdrammatizzare: «Dalla parte del cuore, ti do l’abbraccio? Dalla parte del cuore, via..». Un cinque veloce. Un abbraccio. Si è trattato di un gesto fugace, nulla di più. Non ho sentito nulla, non era ancora amore. Un fremito, o un brivido, niente di niente.

Finché Damiano Biondi si è fatto vivo con una proposta. «li vorrebbero per lo spot dell’Amaro Montenegro». «Bello». «Okay. Poi mi dicono che sarebbe molto bello se lo girassi con…». «Con?». «Con Spalletti». «Aspetta, forse ci sono delle interferenze. Con chi?». «Con Spalletti..». «No, ti voglio bene, ma non ce la faccio. Se lo incontro lo saluto per rispetto, per educazione, però davvero non riesco». La verità è che, sotto sotto, qualcosa mi stuzzicava. Il tira e molla è durato un mese. Non ero convintissimo però alla fine ho ceduto. Come location è stata scelta una zona di Roma che tutti chiamano I Ponti. Sono arrivato in motorino, era mattino presto. Ognuno aveva il suo camper per cambiarsi e per truccarsi. Sono sceso dal mio e mi sono avviato verso quello di Spalletti. Ho bussato. «Apri, che c’hai paura?». È sceso, ci siamo abbracciati, una cosa leggermente più vera rispetto a quella del Bambino Gesù. «Francesco, sei contento di fare lo spot con me?». «Non vedevo l’ora. Comunque mi devi ringraziare, mister. Se avessi detto no io, non avrebbero preso neanche te».


Abbiamo lavorato insieme due giorni, è servito, ci siamo sciolti, abbiamo sorriso, di quei sorrisi spontanei, non comandati. Mi sono divertito. Devo dire che ne sono uscito più sereno. Nell’estate del 2026 ne abbiamo girato un secondo, per tre giorni nella tenuta di Spalletti, in Toscana. Una sera ci siamo ritrovati a tavola insieme ad altre perso-ne. Ho parlato io, rivolgendomi a tutti: «Come allenatore era uno dei più forti, con me non si è comportato benissimo..». «No, Francesco, è tutta colpa tua, sei tu che hai voluto il male mio e mi hai cacciato dalla Roma». «Ma che stai a di, mister? Hai fatto tutto da solo». Non ne siamo usciti neanche lì, però il clima era decisamente più amichevole.